Habibi

Habibi

Le interviste di Paola Viola


Habibi - Antonio Faccilongo

Antonio Faccilongo e’ un fotografo e documentarista italiano, rappresentato da Getty Reportage, docente di fotografia presso l’Università di Belle Arti di Roma e coordinatore didattico presso il Centro Romano di fotografia e cinema. Dopo essersi laureato in Scienze della Comunicazione e aver conseguito un master in fotogiornalismo, ha concentrato la sua attenzione su Asia e Medio Oriente, principalmente Israele e Palestina, occupandosi di tematiche sociali, politiche e culturali.

I suoi progetti a lungo termine sulle donne e le loro famiglie in Palestina hanno ricevuto numerosi premi e sovvenzioni, tra cui Foto Evidence Book Award con World Press Photo, Getty Editorial Grant, World Understanding Award al POYi Pictures of the year International, Best color documentary al Gomma Grant ed è stato finalista al Visa D’or feature.

Inoltre, i suoi progetti a lungo termine sono stati esposti a livello internazionale in numerose esposizioni e festival tra cui World Press Photo Festival, Les Recontres d’Arles, Zoom Festival, PHmuseum online Photobook Festival ed è stato proiettato al Visa pour l’image di Perpignan e incluso nella campagna globale ideata da Dysturb #WomenMatter contro la violenza sulle donne. I suoi lavori sono apparsi in alcune delle più importanti pubblicazioni internazionali, tra cui National Geopraphic, Time, Stern, Der Spiegel, Le Monde, Geo, The Guardian, 6Mois, Paris Match, Focus, Sette, L’Espresso, Internazionale e molti altri.

Il 15 Aprile 2021 “Habibi” vince il primo premio del World Press Award nella categoria “Story of the Year”. È la prima volta che questo premio viene conferito a un fotografo italiano.

www.antoniofaccilongo.com

 

Habibi
(Amore mio)

Habibi è la cronaca di una storia d’amore ambientata in uno dei conflitti contemporanei più lunghi e complicati: la guerra israelopalestinese. Questo progetto, le cui immagini sono state realizzate tra il 2015 e il 2019, è un modo per meglio comprendere le conseguenze della crisi Palestinese sulle famiglie attraverso le storie delle mogli dei prigionieri che hanno fatto ricorso al contrabbando di sperma per concepire figli attraverso la fecondazione in vitro (FIV), in quanto i loro mariti stanno scontando pene a lungo termine nelle carceri israeliane. Negli ultimi 5 anni sono nati in questo modo più di 80 bambini. Sono circa settantamila i palestinesi classificati come detenuti di sicurezza di cui mille con sentenze di 25 anni e oltre. Israele li tiene prigionieri nelle carceri quando i reati presunti che hanno commesso o le condanne che sono state loro comminate sono considerati minacce, o potenziali minacce, alla sicurezza nazionale. Le visite alle mogli vengono negate e i prigionieri palestinesi vedono i loro parenti prossimi solo per 45 minuti ogni due settimane, o non li vedono per nulla. Dopo un’accurata perquisizione, i visitatori possono parlare con i loro cari attraverso una finestra di vetro tramite un telefono. Il contatto fisico è vietato, tranne che con i figli dei detenuti, a cui sono concessi 10 minuti alla fine di ogni visita per abbracciare i loro padri. Durante queste brevi visite, alcuni prigionieri hanno consegnato di nascosto ai loro figli del liquido seminale. Con la scusa di dare regali ai loro bambini, i prigionieri mettono lo sperma nel tubicino vuoto delle penne e li nascondono all’interno di barrette di cioccolato.

Questo è il modo clandestino con cui lo sperma dei prigionieri riesce a lasciare le celle, ed è l’unica speranza per queste donne di avere una famiglia. Le loro vite sono sospese nell’eterna attesa del ritorno dei loro amati. La fecondazione in vitro serve loro anche per non cedere alla condizione di prigionia dei mariti e affrontare con coraggio le difficoltà della vita quotidiana, dovendo però poi allevare figli da sole in una zona di guerra.

Quest’area del mondo viene troppo spesso mostrata unicamente come luogo di guerra e conflitto, piena di contrasti, soldati, azioni militari e armi.

Habibi, che in arabo significa “amore mio”, cerca di mostrare l’impatto del conflitto sulle famiglie palestinesi analizzando le difficoltà che incontrano nel tentativo di preservare la loro dignità umana per spiegare la realtà che si nasconde dietro la guerra.

La parola Habibi ha una traduzione letterale piuttosto semplice, una corrispondenza letterale che tutti noi possiamo comprendere comodamente seduti sul nostro divano, ma come spesso accade per molte parole della cultura araba, e non solo, ha anche un significato molto più profondo quasi magico.

“Amore Mio” inteso non solo come amore di una donna per un uomo e viceversa, ma anche come amore per il prossimo, per un amico, per un fratello, per i propri genitori, per la propria nazione, per la propria fede, per la propria cultura, per la propria dignità.

Esiste un detto nel mondo arabo, che ho avuto la fortuna di ascoltare con le mie stesse orecchie, cita più o meno così: “Spero che tu possa dire molte volte nella tua vita la parola Habibi ”.

Quale parola al mondo potrebbe nascondere augurio più bello.

Questa è una storia di Resilienza e cosa, più dell’Amore, quello vero, ne può essere indiscusso baluardo?

Per me Habibi significa resilienza.

Habibi significa essere capaci di trasformare tutto, anche la guerra, la privazione e la sofferenza in Amore.

Grazie ad Antonio, alla sua resilienza, a questa storia incredibile che ci ha donato attraverso le sue straordinarie fotografie, grazie per averci donato conoscenza e consapevolezza di come tutto sia possibile grazie a ciò che, in fondo, possediamo già: l’Amore.

Habibi.

Due chiacchiere con Antonio

Quanto è importante conoscere una cultura e un popolo per raccontare un suo così intimo segreto?

E’ fondamentale conoscere la cultura che si sta andando a raccontare o comunque la cultura in cui una storia è inserita, in altro modo non se ne conoscerebbero e capirebbero le sfumature che in realtà meglio ci fanno comprendere la storia stessa.

La storia è proprio lì:  nelle sue sfumature.

Queste ci danno la possibilità di comprenderla a un certo livello e ad una certa profondità permettendoci di evocare immagini iconografiche che consentono di far emergere attraverso l’intimità dell’immagine stessa sentimenti di  empatia verso il racconto stesso.

 

Come si passa dal conoscere una storia, l’averne sentito parlare, averla vista, al diventarne parte? 

In realtà diventare parte di una storia avviene in modo del tutto indipendente e graduale da noi. Penso ci si trovi ad essere parte di quello che si racconta senza esserne consapevoli inizialmente, ma il coinvolgimento emotivo e il tempo trascorso all’interno di quella realtà ti fa diventare il  narratore da dentro la storia. 

Aggiungere senso a quello che sto raccontando è l’unica forma di narrazione che veramente mi interessa effettuare, si tratta di una narrazione partecipativa. Quando realizzo i miei progetti personali, non i lavori commissionati o “le storie di corsa”, quindi quando racconto le storie che ho deciso di approfondire e di portare avanti per un periodo un po’ più lungo, diventa del tutto naturale per me chiedere e far partecipare alla produzione, ma  anche al costrutto del pensiero stesso, gli stessi protagonisti del mio racconto. 

Mi è capitato molto spesso di sedermi attorno a un tavolo, di passare del tempo assieme a quelle persone chiedendo loro quale fosse il loro pensiero rispetto alla storia, e quali potessero essere secondo loro le immagini o i contenuti del racconto necessari per far comprendere meglio il loro vissuto. Quindi per me la parte partecipativa e di coinvolgimento dei protagonisti è essenziale.

Quante volte nella scelta delle fotografie che rappresentano la storia che hai deciso di raccontare ti sei chiesto se quella fosse la strada giusta e il modo giusto per raccontarla?

La domanda che mi fai: “se ho dubitato o se ho messo in discussione qualche immagine, se fossi certo che il racconto e il modo in cui lo stessi facendo fosse la via giusta per raccontare quella storia…” ancora me lo sto chiedendo, e penso che questo sia alla base del cercare di migliorare il racconto e di migliorare se stessi. 

Quindi ti dico che è una cosa che ho fatto costantemente. Nel corso di questi sei anni in realtà ci sono stati tantissimi viaggi, otto o nove credo, in cui ho raccontato anche altre storie, ma dal terzo viaggio in poi “Habibi” è stato sempre il centro e il motivo principale per cui tornavo in quei luoghi, sempre con l’idea di migliorare ogni volta il racconto. Ad ogni viaggio cercavo di capire sempre un po’ di più dove stavo andando e dove mi trovavo io stesso rispetto alla narrazione. 

Questo è stato un lavoro che mi ha fatto scoprire tante cose su me come uomo e come fotografo. Durante questo percorso ho anche scoperto di più che tipo di racconto fosse adeguato a me.

Habibi mi ha fatto scoprire qual è il mio linguaggio, mi sono cimentato in una grande sfida che era quella del raccontare l’invisibile, raccontare i sentimenti, raccontare emozioni, raccontare atmosfere. 

Non ero sicuro, prima di questo racconto, che questa fosse la strada giusta per me, che ne fossi in grado in qualche modo. Facendolo ho capito che per come sono fatto io, come essere umano, per quello che mi emoziona questo era il tipo di narrazione giusta e questo  è ciò che io sento di voler fare.

Quando negli altri lavori non posso usare questo tipo di narrazione per questioni di logistica, di tempo o per richieste del committente, ne sento sempre la mancanza, ed è qualcosa che, in qualche modo, sento di voler sempre aggiungere.

Quanto il tuo desiderio di raccontare questa storia dando voce e dignità a questi esseri umani ha influenzato le tue scelte? 

Le mie scelte fotografiche sono state tutte influenzate dalla mia esperienza personale in quel territorio e dal credere che quello che stessi facendo potesse non dare un contributo, perché non credo che oggi  le immagini possano effettivamente apportare un radicale cambiamento a quello che abbiamo di fronte, come magari succedeva negli anni 60 ad esempio nella guerra in Vietnam o in altre situazioni, però sapevo che quello che stavo facendo era importante per chi stavo ritraendo sì, ne ero certo. 

 La mia gioia è questa  sensazione di avergli restituito un po’ di dignità, di averli umanizzati, mostrati per quello che è il loro reale modo di sentire, di provare emozioni uguali a quelle di tutte le mogli che vivono questa distanza, di tutti quei bambini che devono crescere senza un papà vicino.

 Aver restituito una sembianza più reale e  umana e quel mondo, questa è una cosa importante ed è una cosa che loro mi riconoscono e per cui mi ringraziano spesso.

Anche dopo la vittoria del World Press Photo una delle cose più belle che sono successe è che sia le donne delle famiglie con cui sono più a stretto contatto, ma anche quelle che riesco a sentire meno, mi hanno contattato inviandomi screenshot e video delle pubblicazioni che ci sono state in Medio Oriente e della celebrazione che i loro mariti e loro stesse hanno ricevuto dopo l’annuncio del premio. 

Questo per me è sicuramente il premio più importante: avere la sensazione che quello che ho fatto non solo ha dato visibilità a me e alla storia, ma ha fatto sentire loro per un momento al centro del mondo, quello stesso mondo che spesso, se non sempre, cerca di non guardare lì. 

Quante immagini scattate, se ne hai fatte, hai deciso di non usare perché potevano ledere le persone coinvolte?

Tendenzialmente non ci sono immagini che ho scartato e non ho utilizzato perché erano negative per chi ho ritratto perché tutte le foto che ho realizzato sono state fatte o in occasione di un incontro,  nel quale ho spiegato al cento per cento cosa stavo facendo e quali erano le mie intenzioni, o grazie a un percorso di reciproca fiducia, quindi non ci sono immagini che poi ho deciso di togliere.

 Ci sono stati contesti di estrema povertà che ho preferito non raccontare, perché in questo caso a me non interessava  denunciare le condizioni della singola persona, ma mostrare cosa significa crescere un bambino in un territorio così complesso, che cosa significa crescere da soli senza uno dei due genitori, cosa significa crescere senza avere qualcuno che, il più delle volte, fa un lavoro retribuito. La Palestina è un posto di grande apertura mentale, però molto spesso i lavori retribuiti, soprattutto quelli collegati all’attività del governo e dello stato, sono fatti principalmente da uomini. 

 

Nel pensiero comune è consuetudine affermare che la fotografia mostri la realtà, ma il tuo progetto va oltre, questo lavoro ci mostra la realtà dentro la storia, quanto “pesa” essere entrato in queste vite, ed evidentemente esserne parte, per raccontarle vivendole?

Io sono dell’opinione opposta: la fotografia non mostra mai la realtà, ma mostra una visione soggettiva di chi racconta quella storia, di chi scatta quelle fotografie. 

La visione del fotografo che va e racconta un contesto in modo invisibile, senza violare ciò che stava già succedendo non esiste, è un’autocelebrazione della fotografia che è stata diffusa. 

Il fotografo fotografa sempre in un modo soggettivo: entrando in una stanza si può raccontare che c’è un dramma, che c’è la gioia, che non succede nulla, che succede di tutto, semplicemente cambiando il punto di vista e scegliendo un istante diverso in cui scattare. 

Sono convinto che un lavoro “oggettivo” è in realtà frutto della nostra cultura, delle nostre posizioni politiche, delle nostre posizioni umane, della nostra sensibilità e dell’empatia che si instaura con chi abbiamo di fronte. Cercare di raccontare una verità assoluta tramite le immagini non mi ha mai convinto, bisognerebbe andare oltre questo concetto. Ritengo che i fotografi siano degli autori che danno una propria versione di una storia, di quello che sta succedendo. 

Le mie sono immagini che mostrano a volte, devo dire nei miei racconti sempre meno, un’azione o un evento dinamico che sta succedendo, miscelato a una serie di ritratti nei quali cerco di mostrare delle emozioni, delle sensazioni, del vissuto di una persona in base a come io le ho percepite, in base a come sono venuti. Nel processo cerco di instaurare, con i miei interlocutori, una collaborazione che è visiva ma anche tattile, molto spesso prendo le mani mentre parlo con le persone, ci tocchiamo, cercando di raggiungere un alto livello di intimità. Anche in Medio Oriente ho fatto così: ho preso un caffè, un tè con loro parlando del racconto, abbiamo fatto delle pause cercando di comprendere insieme. Ho sempre cercato di far capire che cosa stavo facendo alle persone coinvolte. 

Quel ritratto a che punto della storia è? Perché serve? Perché è utile mostrare quella parte di loro? Perché secondo me è utile aspettare due ore per fare scattare quella fotografia? 

Perché tra due ore la luce sarà di un tipo diverso da quella che entra ora. 

Ogni passaggio del processo è stato condiviso con loro, a questo ho aggiunto una serie di still life degli di oggetti che ritengo siano importanti e connessi alla storia; non tutti fanno questo, è il mio processo, per il quale quegli oggetti devono comunque raccontare un elemento, trasmettere un’emozione ed aggiungere elementi alla storia: questa è la mia narrazione. 

Non mi preoccupo che il mio racconto sia corrispondente a una realtà oggettiva perché quel tipo di  realtà non esiste. 

Spesso ci scordiamo che raccontare storie in Medio Oriente e Asia, cioè dove le persone hanno una cultura diversa dalla nostra, rende di per sé quello che raccontiamo difficilmente oggettivo.

Quello che noi fotografiamo e il modo in cui lo fotografiamo, proprio per questa diversità,  comunica un messaggio che è completamente diverso dal loro pensiero, più simile al nostro. Ad esempio una fotografia che a noi sembra drammatica in Asia può apparire semplicemente un’immagine piatta: un’immagine che non trasmette nessuna emozione.

Penso che ogni immagine abbia un punto di vista soggettivo che non può essere considerato un messaggio unilaterale perché è quello che noi vogliamo comunicare condividendola nel mondo occidentale, per questo motivo è importante anche capire cosa ne pensano loro, capire che significato può avere quell’immagine per loro. 

Habibi è una parola pesante da “portare”, tu hai saputo darle onore con grande maestria, potresti dirmi un’altra parola chiave o suggerimento che ti sono stati donati durante questo progetto che hanno  contrassegnato il tuo percorso?

Essere diventato parte di una storia e provare un sentimento profondo verso queste famiglie, in genere, ma speciale verso alcune, è sicuramente una responsabilità enorme, e questo mi fa pensare diecimila volte in più ad ogni didascalia, ogni volta che ripropongo la storia.

Un giornale israeliano mi aveva chiesto di raccontare Habibi, io non ho avuto neppure il coraggio di rispondere a questa richiesta prima di aver contattato le famiglie coinvolte e aver chiesto loro se volessero essere rappresentati da questo giornale e se si sentissero a loro agio nel comunicare con la stampa dall’altra parte del muro, per questo motivo non ho mai pubblicato questo lavoro  in testate israeliane.

Essere parte di una storia significa sentire una responsabilità immensamente più grande rispetto qualsiasi altra occasione o racconto, significa volere che quello che faccio contribuisca in modo positivo a mostrare quello che è il loro vissuto quotidiano: non potrei mai far ritrovare loro in situazioni scomode di cui loro non sono felici. 

Ogni volta che la storia viene pubblicata o che c’è un nuovo premio in riferimento a questo racconto la prima cosa che faccio sempre è comunicarla a loro perché so che questo viene vissuto come un loro successo, il coinvolgimento è di entrambi perché io mi sento un membro delle loro famiglie e loro sentono me allo stesso modo. Io ottengo un successo e loro lo sentono anche loro. 

La fotografia e questo racconto è stato il motivo per cui ci siamo conosciuti ed è stato il motivo per cui ci siamo legati, ora tutto ciò va oltre, è come se fosse un intento comune, le gioie quotidiane di qualsiasi genere di uno sono diventate anche le gioie dell’altro. 

Quest’anno Majd ha compiuto sette anni, sette anni sono un’età importante in questa cultura: è l’età in cui un bambino diventa adolescente. Majd ha iniziato ad andare a karate e il primo giorno mi hanno mandato una foto proprio, come si fa con i bimbi in una famiglia quando si manda un ricordo allo zio per fargli vedere il suo nipotino che va a fare una nuova esperienza. 

Queste sono cose che vanno oltre il motivo per cui ci siamo conosciuti, i motivi per cui continuo a fotografare, è uno scambio umano, e anche se domani dovessi smettere di fare foto per Habibi, questo scambio continuerebbe, e noi continueremo a sentirci condividendo le nostre vite.

Grazie Antonio per il tuo tempo e per l’opportunità che ci hai dato di poter scambiare due chiacchere con te. 

Ti saluto con la speranza di incontrarci un giorno in qualsiasi parte del mondo dove ci sia una storia da raccontare.

Paola Viola

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